Sul quotidiano ItaliaOggi del 21 scorso, a pagina 22, è stato pubblicato un articolo dal titolo impattante: “Studio Legale IA vince la causa”. Il sottotitolo informa che “Il sistema ha preparato mora, atti, dichiarazioni delle parti”. Sulla base di tali atti il Tribunale di Wandsworth in Gran Bretagna ha emesso la sua sentenza favorevole all’attrice, che è stata assistita da Garfield AI, la prima law firm autorizzata dalla Solicitors Regulation Authority a fornire sevizi legali mediante un sistema di intelligenza artificiale. Altre centinaia di contenziosi pendenti si affidano all’intelligenza artificiale per istruire la loro domanda. Va detto che “Garfield può occuparsi solo di piccoli ricuperi crediti (fino a 10.000 sterline), non può compiere alcun atto senza l’approvazione espressa del cliente, non può citare precedenti giurisprudenziali…” (Belisario, ItaliaOggi, p. 22, “Studio Legale IA vince la causa”). Inoltre, lo standard dello studio è controllato da professionisti umani, che ne sono responsabili.
Ora scopriamo che il 21 di questo mese un agente autonomo basato sui modelli avanzati di intelligenza artificiale di OpenAI è andato fuori controllo , sfuggendo al contenimento, durante un test di sicurezza sulle capacità di alcuni suoi modelli. Guidato da un obiettivo generale assegnato dai programmatori, ha infatti raggiunto Internet, eseguendo i passaggi tecnici dell’attacco per conto proprio, per conseguire l’obiettivo del test, innescando un attacco hacker che ha compromesso l’infrastruttura della startup di IA Hugging Face. L’incidente, pur non avendo provocato danni gravi ai dati o ai sistemi reali, conferma la preoccupazione che le crescenti capacità dell’IA possano costituire quella minaccia alla sicurezza che gli esperti temono da tempo, tant’è che anche i migliori sviluppatori possono essere colti alla sprovvista dalla vulnerabilità che i loro modelli sono in grado di sfruttare. Hugging Face, società USA, ha utilizzato un modello cinese open-source per contenere l’attacco, poiché i principali modelli statunitensi, incapaci di distinguere l’aggressore dall’aggredito, si sono rifiutati di elaborare i dati necessari per l’analisi.
Tali accadimenti segnalano da un lato le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale, ma anche la rischiosità di un utilizzo improprio o di una imprevedibile capacità di giudizio autonomo della macchina.
L’art. 13 della legge n. 132/2025 consente al professionista di utilizzare sistemi di Intelligenza Artificiale solo per attività strumentali e di supporto, subordinate comunque al lavoro intellettuale dell’operatore. Pertanto, l’Intelligenza Artificiale può esse impiegata per ricerche, bozze di atti e documenti, contenziosi seriali e standardizzati (opposizioni a sanzioni, piccoli sinistri, modesti ricuperi crediti).
La validazione e la relativa responsabilità restano in capo al professionista, che firma gli atti e ne garantisce i contenuti, comprese le citazioni giurisprudenziali. Il professionista deve fornire al cliente una chiara informativa sull’uso dell’Intelligenza artificiale e assicurare la riservatezza e la protezione dei dati dei clienti.
Un impiego consapevole e responsabile della tecnologia valorizza anche il ruolo del professionista, il cui contributo costituisce un valore aggiunto e infungibile. Per ulteriore spunto si invita a leggere anche la decisione riportata nelle Pillole di giurisprudenza, n. 3 della presente, una delle prime in tema di IA.



